Cercando un ‘altrove’ viaggiando con uno Smartphone in Vietnam

Decisamente è passato un po’ di tempo dal mio ultimo articolo, ma nei mesi autunnali gli impegni lavorarvi si sono, fortunatamente, fatti pressanti.

Mentre mi ritagliavo alcune ore per fare almeno una prima cernita delle fotografie scattate nel mio ultimo viaggio in Vietnam ho avuto modo di riflettere a lungo su come sia completamente cambiato il modo di affrontare un viaggio nel corso degli ultimi anni.

Non parlo a caso di “viaggiare” e di “affrontare un viaggio”.

Se con viaggiare intendiamo semplicemente il modo di spostarsi, questo è chiaramente cambiato molto negli ultimi vent’anni in termini di comodità, ma alla fine si sale sempre su un aereo, un treno, un bus. Quello che è radicalmente cambiato è come si affronta tutto questo.

Pensare di viaggiare dall’altra parte del mondo in un paese che non si conosce, di cui non si parla la lingua e di cui a mala pena si è letto su libri è sempre stato affascinate e maledettamente romantico.

Posso solo immaginare cosa voleva dire spostarsi anche solo ai primi del 900 in Asia, prendere una nave passeggeri, sbarcare dopo un viaggio infinito, non poter comunicare con nessuno se non via telegrammi o lettere che impiegavano mesi ad arrivare.
Poter pensare di immergersi completamente fino ad annegare in un mondo che non era il proprio.

La scelta la si faceva prima, ponderandola bene, non si  poteva torre indietro facilmente, e la meta era sovente la scusa per un ben più lungo e profondo viaggio interiore.

Si affrontava di tutto per poi scoprire che il più pesante dei bagagli non lo si può mai abbandonare, il nostro vero io infatti ci seguirà sempre.
Ma è proprio questa la sua debolezza; portando noi stessi in un posto completamente diverso, in culture aliene, in climi differenti, conoscendo persone, attraversando esperienze mai fatte prima inevitabilmente si cambia.

La necessità di trovare un altrove poteva quindi essere soddisfatta per poi magari tornare indietro, a casa, diversi e sovente migliori avendo magari capito che di punti di vista sulla realtà c’è ne sono molti ed il nostro è solo uno dei tanti. Ad alcuni invece capitava di scoprire che quel posto alieno, quell’altrove, era proprio la casa che si stava cercando.

Sembra di parlare di preistoria ma era solo ieri, in un epoca in cui non esisteva certo il turismo come lo conosciamo, tanto meno il devastante turismo di massa.

Non ho certo vissuto l’epoca dei primi viaggiatori ma ricordo già con nostalgia i primi anni 2000 e le mie prime esperienze di viaggio nel Sudest Asiatico.
Gli sportelli bancomat erano rari presenti solo in Thailandia e Malesia non certo in Laos o Cambogia o Birmania; si usavano i dollari in contanti oppure i famosi travel cheques (oramai penso estinti) entrambi da cambiare in Banca in valuta locale.
Ancora non esistevano telefonini utilizzabili a costi sensati, bisognava recuperare sul posto delle carte telefoniche prepagate internazionali utilizzabili dai telefoni pubblici predisposti.
Era già disponibile Internet ma confinata negli Internet caffè (oggi quasi spariti) che diventavano un mondo magico di incontro tra viaggiatori di tutto il mondo in cui ci si trovava.
A costi contenuti era infatti possibile accedere ad informazioni e inviare email a casa per segnalare spostamenti e dare notizie.
Un’altra fonte di informazioni inesauribile era la guida turistica, non di quelle di oggi piene di foto con poche informazioni utili, ma al contrario con pochissime foto e centinaia di pagine di informazioni vitali su alberghi, hotel, ristoranti, bus, treni, mappe, orari etc. Questo libro onnipresente nelle mani di quasi tutti i viaggiatori dettava di fatto le scelte operative sul campo.

Andavo in giro con una macchina fotografica a pellicola ed ogni scatto era prezioso.

Lo scorso agosto invece, dopo alcuni anni di assenza dal Sudest Asiatico, ho deciso finalmente di visitare il Vietnam; ma non mi dilungherò in merito al paese, ma piuttosto a quello che ruotava intorno a me, al flusso.

La prima cosa che ho fatto il primo giorno, poche ore dopo essere atterrato, è stato acquistare una scheda telefonica in modo da attivare il mio smartphone sulla rete locale.
Funzionava meglio che qui a Torino e la comodità di avere lo strumento disponibile è stata davvero enorme.
Al tempo stesso avevo in tasca un telefono, una mappa interattiva che mi diceva via GPS esattamente dove ero, una guida per alberghi e ristoranti con tanto di recensioni, una macchina foto onnipresente, un modo per inviare messaggi istantanei ad amici e conoscenti corredati da tanto di immagini, un modo per prenotare online il prossimo letto in cui dormire.

A livello pratico quindi non c’è davvero paragone rispetto a solo vent’anni fa, la comodità che si ha a disposizione è enorme, ed il costo in danaro è irrisorio.
Poi mi sono soffermato a pensare a quanto invece abbiamo veramente pagato per avere tutto questo, ed il prezzo è davvero salato.

Come sempre nei miei viaggi, sovente da solo, ero in realtà circondato da altre persone, da altri viaggiatori che si incontrano lungo il cammino, ma questa volta ci si parlava davvero poco.
Non ci si salutava come un tempo, non si scambiavano le solite banali rituali frasi di circostanza, da dove vieni, dove sei stato, non ci si raccontava delle esperienze fatte.

E allora non mi tornavano più le cose, ognuno era immerso nel suo mondo, con il suo cellulare con i suoi amici probabilmente in un altro continente, esattamente come me; ma vendo vissuto un altro modo di viaggiare ne ero consapevole.

Potevamo condividere con gli amici via WhatsApp in modo istantaneo le fotografie dei posti visitati, dare e ricevere in diretta commenti su quanto succedeva, su cosa si faceva e su cosa si stava pianificando. Vista poi l’eccezionalità della situazione si generavano immediatamente interesse e discussioni.

Mi era chiaro che non si era affatto immersi nella realtà locale, lo percepivo chiaramente, i viaggiatori che fluivano accanto erano circondati ognuno da una sua propria bolla.
Alla fine quello che avremmo dovuto lasciare a casa ci aveva seguito, si era infilato anche lui tra i bagagli insieme al nostro vero io di cui parlavo prima.

Quindi il vero cambiamento svanisce, siamo sempre noi e il nostro mondo, tutto finisce quindi per impallidire, per annacquarsi, l’esperienza del viaggio perde inevitabilmente di significato.

Oggi la comodità di viaggiare, l’abbassarsi dei costi per poterlo fare, l’accessibilità dei mezzi di comunicazione e di Internet, ha generato un flusso di persone immenso, come mai prima d’ora. Questo turismo di massa, insieme alla globalizzazione, distrugge ed altera inevitabilmente le realtà on cui viene a contatto omologando ed appiattendo tutto.

Sarà colpa del mio animo troppo romantico ma temo che a breve, e vista la velocità a cui avvengono i cambiamenti non è questione di molto, non esisterà più un altrove in cui rifugiarsi o a cui mirare, esisteranno dei posti da visitare, ma non sarà più viaggiare veramente.

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Ci sono 2 commenti per questo articolo

  • caro Corrado, stessa esperienza pochi mesi fa in Indonesia…ognuno nella sua Bolla, senso di solitudine tra giovani e giovanissimi in tanga e boxer e tatuaggi sfreccianti su strade strettissime e trafficate. Il genere di viaggio che descrivi mi sa morto da un pezzo…la gente del posto assatanata e zero curiosità da parte loro. Forse ora di viaggiare più lentamente e più vicino, altrove è dentro, Asia devastata da inquinamento e sovrappopolazione e spirito di rivincita contro Occidente

    • Ciao Alessandro e benvenuto, commento interessante, spero di poterne parlare in modo più approfondito in seguito.

      Sempre parlando di viaggi spero di riuscire in tempi utili a mettere online le foto del Vietnam 2018.