Social Network – prime impressioni

Riprendo il discorso da dove ho interrotto alcuni mesi fa, ovvero dall’articolo in cui raccontavo di come era nato il Web come lo conosciamo oggi e di come era stata pubblicata la prima pagina Web.

Poco più di un mese fa è rimbalzata sotto gli occhi di tutti, specialmente dei media, un’altra storica data: era la sera del 29 ottobre del 1969 quando due computer per la prima volta nella storia si scambiarono un’informazione a distanza.

Di fatto stava nascendo internet anche se nessuno poteva immaginarlo e non aveva ancora un nome.

ll primo computer lanciò un messaggio diretto al secondo computer, il messaggio doveva essere la parola ‘login’ ed invece arrivarono soltanto le prime due lettere LO. L’intera parola arrivò ore dopo.

Davvero è impressionante pensare a dove siamo arrivati oggi, cinquant’anni dopo.
Per oltre un decennio, l’ultimo decennio, sono stato testimone di una seconda fase dell’evoluzione del Web, qualcosa intrinsecamente legato alla mentalità ed al comportamento umano ed esponenzialmente proiettato dalla tecnologia resasi disponibile.

Sono stato testimone silenzioso della nascita di miliardi e miliardi di profili utenti sparsi per il cosmo dei social network.
Nel lontano duemila avevo messo online una prima bozza di sito Web, ed era nato proprio per condividere i miei contenuti con altri.

Paradossalmente la mancanza dei social network (arrivarono alcuni anni dopo) è stato forse ciò che mi ha spinto inconsapevolmente a diventare uno sviluppatore Web.

Ho sempre mantenuto un approccio molto distaccato da questa epidemia del decennio, come molti di voi sanno in tutti questi anni non ho mai usato, se non in rare occasioni, i social network.

Sarà stata sicuramente deformazione professionale, ma il fatto che la più grande rivoluzione dell’umanità fosse alla fine servita per avere foto di gattini, cagnolini e selfie… possibile che fosse davvero tutto qui?
Doveva esserci una chiara ed esaustiva ragione dietro il successo di YouTube, Facebook, Pinterest, Instagram, Twitter e degli altri fratelli minori.

Con un sito Web è possibile fare, almeno tecnicamente, tutto quello che si fa su un social, senza entrare in inutili tecnicismi, senza essere un Web developer.
Pensate ad esempio al caso di un normale blogger che scrive degli articoli sul suo sito Web fatto in WordPress.
Di fatto con un sito Web si lavora più velocemente, si ha il pieno controllo, si decide tutto e il contrario di tutto, si può cancellare tutto, si può pubblicare tutto.
Questo era il mio pensiero originale.

Non potendo più nascondermi dietro ad un dito, consigliando a tutti di lasciare stare i social e di farsi un bel sito Web, alla fine è stato inevitabile che cercassi di capire anche quello che non serve.

In realtà non è stata affatto una perdita di tempo, almeno per il sottoscritto, avevo bisogno di lasciar perdere un pò i codici e di conoscere i social network anche solo per poterne parlarne con chi li usa, con chi non li usa, con chi vorrebbe usarli e non sa il perché. In questi ultimi mesi ho quindi iniziato ad usare ed analizzare alcuni dei social più diffusi.

So di essere un utente atipico, quello che scriverò è un punto di vista molto ‘dietro le quinte’ non certo lo stesso di un utente standard. Intendiamoci non è peggiore o migliore, semplicemente è un’altra prospettiva.

La prima impressione ‘a pelle’ come sviluppatore Web è stata che se i miei siti avessero la stessa esperienza utente di molti social i miei clienti me li tirerebbero dietro e non mi salderebbero la parcella. Potrebbe apparire strano ma generalmente è così, i social sono fatti, chi più chi meno, decisamente male.

Sovente i menù sono nascosti, spesso sono difficilmente navigabili o enormemente complessi. Ho trovato tutto molto criptico, nascosto, poco intuitivo, ci si perde a fare e rifare le stesse cose.
Le icone abbondano, le scritte spariscono, e quasi sempre queste icone mancano di aiuti e descrizioni testuali per capire cosa diavolo siano prima di cliccarci.

Il Web design minimalistico, tanto in voga oggi, ha trovato purtroppo in molti social un punto di massimo sviluppo ed espressione, diventa talmente minimale da sparire!

Mi trovo a perdere minuti e minuti preziosi passando tra una icona stilizzata ad un’altra, per capire a tentativi come fare delle cose banalissime, per poi eventualmente scoprire dopo ore che semplicemente NON si possono fare.

Inevitabilmente mi chiedo quanto questo sia causale, quanto dettato dalla moda del momento, quanto volutamente studiato a tavolino per far perdere più tempo possibile alla gente che li usa.

Ammetto che probabilmente arrivo da un modo diverso di concepire il Web. In questi mesi mi sono da subito reso conto che social è sinonimo di caos, di flusso di informazioni disordinato casuale e caotico, l’esatto opposto di un sito Web, l’esatto opposto del Web come fu inizialmente concepito, ovvero un posto dove catalogare organizzare e recuperare facilmente informazioni.

Se mai si avesse la pretesa di organizzare dei contenuti e non solo di buttare lì qualche testo, qualche foto o video girato sul momento apriti cielo. Si tratta di piazze virtuali, un vocio continuo ed indistinto, poco concludente, fine quasi sempre a se stesso ed autoreferenziale. Ci sarebbe da dilungarsi sui singoli casi, sui singoli social, ma rischierei di annoiare, diamo però a Cesare quello che è di Cesare con questo rapido excursus.

Inizio con YouTube una piattaforma matura e conosciuta da tutti la cui struttura ricorda bene o male quella di un sito Web ordinario, è complesso ma non troppo, fa quello che ha sempre fatto e che deve fare, una piattaforma di condivisione video che ha davvero un grande futuro davanti.

Personalmente lo utilizzo per vedere contenuti e non occupandomi di video non ho approfondito l’altra faccia della medaglia se non marginalmente.
Se si vuole creare una rete di persone ed usarlo come un vero e proprio social si può fare, se si vogliono solo guardare video idem. Che siano interessantissime video interviste o il solito gattino che gioca è un’altra questione.

Proseguo con Pinterest un social non tanto usato in Italia ma che merita in realtà più attenzione, si tratta di una grandissima banca di immagini recuperate navigando sul Web e catalogate in bacheche dai vari utenti in totale autonomia. Possono essere i contenuti di un singolo utente ma non è detto, sovente sono un mix.
Tutte le immagini che ci colpiscono e che colpiscono altri utenti sul Web possono servire per un lavoro o un progetto.

Tramite Pinterest è quindi possibile non solo condividerle ed organizzarle ma anche seguire e vedere cosa ha catalogato chi segue progetti e contenuti simili ai miei.
Per ora mi sono limitato ad inserire il mio portfolio di fotografie ma vedo che la cosa sta già aiutando diverse persone.

Il sito in se è abbastanza minimale ma devo dire abbastanza intuitivo, ci si sposta e ci si muove bene tra le varie bacheche così come è abbastanza fattibile spostare contenuti o eliminarli o editarli. Usato per lo scopo per il quale è nato può essere davvero uno strumento davvero utile per chi è nel mondo dell’arte e della creatività ma non solo.

Rimanendo nel mondo delle immagini sicuramente, purtroppo, è Instagram a farla da padrone.
Inizio con il dire che il sito Web è di fatto volutamente inutilizzabile o quasi, le funzioni sono limitatissime per non dire inesistenti. Incredibilmente via Web si possono solo vedere immagini ed eventualmente commentarle ma non si può postare nulla. Se decidete di usarlo dovrete per forza passare al tablet o allo smartphone. Una scelta fatta davvero incomprensibile che penalizza fortemente chi usa un computer da casa.

Instagram nasce come App, con il solo scopo direi puerile e banale di pubblicare via smartphone delle istantanee di vita quotidiana, istantanee grezze, eventualmente modificabili al volo da filtri grafici pronti all’uso.
Usando la App Instagram su tablet o smartphone è possibile accedere a tutte le funzioni ma la fruibilità e l’esperienza utente è davvero pessima decisamente tra le peggiori.

Intendiamoci bene, nulla di questo è casuale, e non capisco proprio il perché delle scelte fatte, ma così è.
Diviene talmente macchinoso capire, gestire, ed usare il sistema Instagram che passa la voglia. Incredibilmente ed inspiegabilmente comunque dei risultati ci sono: i riscontri avuti in termini di condivisioni e commenti delle foto pubblicate è notevole, soprattutto se si ha l’accortezza di usare gli hashtag corretti.
Non mi stupisce quindi che sia molto diffuso tra gli utenti più giovani della rete.

Quello che invece pare proprio essere un universo parallelo o comunque un mondo Web parallelo tra l’altro completamente slegato da Google è sicuramente Facebook.
Si tratta del social più diffuso al mondo, specialmente tra i miei coetanei, e la prima impressione è quella proprio di un sito quasi vintage, vecchio stile, con una grafica banale, sorpassata.

La struttura apparentemente semplice nasconde in realtà una marea di cose, e lo si capisce abbastanza presto.
Tra profili personali, profili azienda, gruppi vari, marketplace, eventi, pagine business, pagine personali è davvero complesso.
In generale sono rimasto da subito stupito da due cose.

La prima è la possibilità di trovare praticamente chiunque una trasversalità davvero unica di una piattaforma che investe qualunque aspetto della società.

La seconda è la presenza di numerosi bug, errori, e tutta una serie di comportamenti strani che ho riscontrato utilizzando il sito, un’esperienza utente anche in questo caso davvero mediocre per non dire pessima.

Per ora ho esplorato solo una parte di questo cosmo virtuale creando il mio profilo, ritrovando vecchie conoscenze.
Ho poi pubblicato un paio di pagine (di fatto una cassa di risonanza per i miei due siti) caricato la collezione di album e foto e sto partecipando ad alcun gruppi di fotografia.

Converrete tutti che parlare di social senza usarli è impossibile, devo dire che se prima non capivo la ragione del successo planetario di Facebook rispetto ad altri prima di lui, ora la ragione mi è decisamente più chiara.

I primi social (ad esempio MySpace) erano una sorta di mini siti Web gratuiti che permettevano di condividere con altri i propri contenuti inserendo foto testi e video ma non investivano come Facebook ogni aspetto della vita reale (amicizie, lavoro, eventi, interessi, business, acquisti, conoscenze) traslandola sul piano virtuale.

Chiudendo ora il cerchio veniamo alle conclusioni.
Se vi chiedete a cosa servono i social lasciate perdere, se vi chiedete a che pro usarli idem.
Se volete comunque iniziare iniziate ad usarli, non esiste altro modo.

Ricordate che di base sono la quintessenza del narcisismo, e la scimmia narcisistica imita la scimmia.
Se va bene per lui/lei allora andrà certamente bene anche per me, se qualcuno scatta una foto ai propri piedi nudi in vacanza mentre sorseggia una bibita, ecco subito dopo qualcun altro a fare la stessa identica foto.
Perché lo fa? Perché compie la stessa azione? Perché fa la stessa foto?

I una società asociale di gente isolata e persa i social nascono e servono essenzialmente per far vedere quello si sta facendo, per farsi accettare, per farsi conoscere, per farsi ammirare, per sentirsi vivi.
Tutte le immagini sono di vita felice ovviamente nessuno posterebbe mai immagini di se mentre piange, bisogna sorridere sempre, essere sempre in vacanza, essere sempre alle prese con un succulento piatto da ristorante.

Stiamo rifiutando la vita reale e si tratta di un argomento che affronterò nel prossimo post, le nostre scelte vengono condizionate da un demiurgo che crea una realtà tagliata su misura per noi stessi in base alle scelte che facciamo.

Si tratta dell’algoritmo dell’intelligenza artificiale quello che è alle base dei motori di ricerca, alla base dei social network, alla base della realtà che ci viene proposta ogni volta che apriamo una pagina, ma questa è un’altra storia…

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Ci sono 4 commenti per questo articolo

  • Come quasi tutte le cose, la validità o meno dei social dipende dall’uso che se ne fa.

  • Ritengo che anche nell’ambito dei social network valga un compromesso, non molto dissimile fra i tanti che abbiamo affrontato nella storia della civiltà quanto nella nostra vita di tutti i giorni, fra cosa siamo disposti a dare per ricevere qualcosa in cambio. Ovviamente il denaro ma di diritti.

    Noi cediamo a qualcuno qualcosa di noi, della nostra libertà, delle nostre informazioni, del nostro sapere o delle nostre preferenze, ed in compenso otteniamo qualcos’altro. Nel caso dei social, essenzialmente delle opportunità relazionali, di individuare persone con i nostri stessi interessi nei luoghi più reconditi del mondo, o che potrebbero esserci utili a vario titolo, o persone che già abbiamo conosciuto di persona ma delle quali avevamo perso i contatti, o infine di persone con le quali siamo già in rapporto ma con le quali vorremmo stabilire un maggiore interscambio. E scusate se questo è poco.

    Personalmente utilizzo i social per finalità culturali, hobbistiche e tecnico-scientifiche, e vi assicuro che ben pochi gattini vengono a turbare la mia esperienza utente. La tanto deprecata profilazione dell’utente, per lo più concepita come un attentato alla nostra privacy, è in realtà uno scotto da pagare neppure dei più salati, almeno per chi vive nella liceità e nella coerenza fra il livello pubblico e privato della propria esistenza.

    Venendo infine al modo nel quale le piattaforme dei social sono costruite confermo certamente che esse rispondono a quella logica intuitiva di utilizzo come conseguenza della quale o entrare nella loro logica ti riesce del tutto naturale oppure non ci sono versi e nessun manuale utente potrà venirti incontro. Questo se ci pensate bene è connaturato con l’idea stessa d’istinto, a partire dal regno animale: se non ce l’hai vuol dire semplicemente che non eri tu l’utente per il quale la piattaforma era stata concepita, e se proprio la vuoi utilizzare fattene una ragione e forzati tu. Non commettiamo l’errore di prospettiva di continuare ad immaginare che le cose che ci vengono messe a disposizione, social compresi, siano lì per renderci un servizio su misura alle nostre richieste ed aspettative. Anche nel mondo dei software tecnici, di solito se vuoi una migliore esperienza utente devi pagare, altrimenti gli open source restano spartani, spurii, in versione perennemente beta, con manuali d’istruzioni che quando hai finito di leggerli il software è già cambiato.

    I social sono concepiti per farti fare talune cose e per disincentivarti o bloccarti del tutto nel farne altre. Prendiamone coscienza, non cerchiamo di trovare nel web la soluzione che abbiamo in testa perché rischieremmo seriamente di riceverne solo frustrazione: al contrario cerchiamo di cogliere le opportunità di ciascuna piattaforma e plasmiamo quella parte di noi – quella che siamo disposti a condividere – in funzione del format con il quale abbiamo a che fare. Ad una rete fluida, rispondiamo con una nostra fluidità.
    Sono sicuro che riusciremo a ricavarne tutti un grande beneficio.

    • Grazie Franco della interessantissima analisi, direi che concordo su molti punti anche se non su tutto.

      Di sicuro il grande beneficio faccio fatica a vederlo, ma questo è personale, sicuramente chi ci guadagna più di tutti ed in modo sproporzionato è chi ha creato e gestisce il social.

      Oltre a questo (anticipo quanto scriverò prossimamente) la creazione sfalsata, su misura, per il nostro bene, della realtà virtuale e non che conosciamo nasconde pericoli ben più gravi dei gattini e dei cuccioli.