Rivoluzione digitale VS Democrazia

Mentre mi scorre intorno un normale sabato natalizio mi sorprendo ancora a notare, come tutti gli anni, un clima che si trasforma in isteria collettiva e nervosismo diffuso.

La neve e la serenità sembrerebbero solo un ricordo di tempi passati. Sotto un bel cielo limpido, tra il freddo pungente di un inverno arrivato, la gente corre su e giù dentro le auto alla ricerca consumistica degli ultimi acquisti.

In questa cornice oggi comunque festosa qualcosa stona, ed è questo di cui voglio parlare, qualcosa che sto seguendo oramai da oltre un mese, qualcosa di cui volevo scrivere già da diverse settimane.

Mi riferisco a quanto succede in Francia e al movimento dei gilet gialli, un movimento nato lo scorso autunno, per motivi oserei dire quasi ordinari: un aumento del prezzo dei carburanti e delle tasse.

Ed ecco che in un attimo nasce un nuovo simbolo quasi altrettanto ordinario: un giubbotto giallo rifrangente, quello che abbiamo tutti in auto. Ed ecco che migliaia di persone decidono autonomamente e sistematicamente durante i fine settimana di manifestare e bloccare le strade principali per protesta.

Ma la cosa ha preso un piega inaspettata e si sta trascinando da mesi tra inevitabili scontri, danni, incidenti e purtroppo anche alcune vittime.
Il movimento dei gilet gialli, o giubbotti gialli, come avrete sentito da televisioni e quotidiani è un movimento spontaneo di protesta nato sui social network.

La gente ha comunicato via Web il proprio pensiero, le proprie idee, i propri timori e a deciso di fare qualcosa tutti insieme, nel modo più semplice, decidendo dove trovarsi e cosa fare, senza capi, senza leader, senza rappresentanti.

Non è la prima volta che il mondo virtuale diviene reale, non è la prima volta che commenti, post, like e follower escono dallo schermo per riversarsi in piazza; se ricordate già nel 2010 e nel 2011 tutto il medio oriente è stato sconvolto dalla cosiddetta primavera araba che ha portato alla caduta di numerosi governi e regimi per poi vederne anche di peggiori riprendere il controllo della situazione.

Grazie ad Internet e all’uso dei social network si assiste ad una cosa in realtà vecchia come il mondo; la gente da sempre comunica, parla, si scambia idee e opinioni e se le cose non funzionano prima o poi scendono giù nella piazza del villaggio con i forconi.

Quello che cambia oggi è la scala di tutto questo, la velocità, la facilità con cui centinaia di migliaia di persone possono essere coinvolte, con cui si possono organizzare.
Oramai Internet è cosa concreta, quello che succede non è solo dietro uno schermo, siamo di fronte ad una vera è propria rivoluzione digitale.

Analogamente alla rivoluzione agricola e alla rivoluzione industriale, la rivoluzione digitale è stata un cambiamento epocale. La propagazione dei vari prodotti tecnologici, dal Pc di casa, allo smartphone, alla banda larga, ha portato a cambiamenti sociali, economici e politici in continua evoluzione.

Questo processo però, a differenza delle altre due rivoluzioni, avviene ad una velocità incredibile, mai vista prima. Solo dieci anni fa l’uso dei social network era limitatissimo, oggi quasi ogni persona è schedata, raggiungibile, contattabile e profilabile per interessi e abitudini.

Mi rendo conto che è presto per poter parlare del processo della rivoluzione digitale con cognizione di causa, che giorno dopo giorno offre risvolti differenti.
La rivoluzione digitale ha cambiato profondamente il concetto di comunicazione, l’approccio alla cultura, al lavoro, al tempo libero.
Cambia il rapporto tra le persone, modifica la comunicazione tra Stato e cittadini, porta ad enormi trasformazioni nel mondo del lavoro, il tutto in una scala temporale di qualche decennio, di qualche anno.

Ricordo a tutti che nei primi anni 2000 eravamo ancora nell’era del Web 1.0, con un Internet statica, passiva, preistorica se vista con gli occhi di oggi.
Gli articoli ci si limitava a leggerli ed il massimo dell’interazione online erano i forum online o i primissimi Blog. Non esisteva Facebook, non esistevano Twitter o altri social e Google era un neonato ai primi vagiti.

Poi la tecnologia si è evoluta e con Web 2.0 si intende l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione tra il sito e l’utente, di fatto è il Web social come lo conosciamo oggi, o meglio il Web degli ultimi dieci anni.
La differenza più che altro, sta nell’approccio con il quale gli utenti si rivolgono ad Internet, che passa fondamentalmente dalla semplice consultazione alla possibilità di contribuire popolando e alimentando il Web con propri contenuti.

Oggi si può dire che siamo ormai pienamente dentro una nuova fase, e mentre ancora si discute di cosa sia il Web 3.0, personalmente mi piace associare a questo termine ad una pesante influenza di Internet sulla realtà oggettiva.
Dal 2009 in avanti eventi quali la crescita di nuovi di partiti politici, gli ultimi terrorismi, le elezioni americane, le mode del momento sono fenomeni che nascono dalla rete ed influenzano la realtà grazie alla oramai capillare diffusione del Web; queste manifestazioni del Web in Francia, queste proteste gilet gialli, non sono che le ultime a rientrare in questo quadro.

Dalla nascita del Web si è sempre insinuata strisciante la paura del Grande Fratello di Orwell la paura di un mondo sotto il totale controllo di chi detiene l’informazione; ma mi sembra che le cose siano messe in un modo decisamente diverso.

Quello che oggi colpisce in Francia è infatti la mancanza di leadership, di referenti, di responsabili; siamo infatti in presenza di un’enorme difficoltà a dialogare, a trovare compromessi tra le persone, il governo, le parti sociali.

Forse è un paradosso in un mondo ipercomunicativo come il nostro ma stiamo proprio annegando in un mare di parole senza testa ne coda; la comunicazione globale diventa senza referente: tutti sono tutti nessuno e nessuno e in un attimo sono centomila, e quindi?

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