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Per un trilione di dollari, Apple vale il PIL di uno Stato europeo

Per un Trilione di Dollari AppleAd inizio Agosto, tra caldo rovente in città e voglia di mare, la Borsa americana ha visto Apple toccare un nuovo record con un valore capitalizzato che ha raggiunto un trilione di dollari.

Un trilione di dollari è un modo altisonante per dire mille miliardi di dollari; a spingere la corsa di Apple in Borsa nelle ultime sedute è stata la trimestrale sopra le attese, con l’iPhone che continua a produrre ricavi.

Mentre mi prendo una pausa dal mio lavoro di realizzazione siti Web leggendo le news mi passano veloce i ricordi infantili dei fumetti con Paperon de’ Paperoni di casa Disney già cominciavo già ad immaginare i grandi capi della Apple sguazzare in piscine di monete sonanti ridendosela.

Ma il mondo moderno è davvero strano ed i numeri in Borsa, se da un lato condizionano pesantemente la realtà in cui viviamo, dall’altro valgono meno che zero. Poche persone infatti ci pensano, o sanno, che oramai da diversi decenni il denaro è veramente solo carta.

Personalmente mi piace ricordarlo il più possibile.

Il modello economico attuale basato sullo sviluppo sfrenato a tutti i costi ha bisogno di una massa tale di liquidità che semplicemente non esiste sul pianeta abbastanza oro per poterla garantire.


Una volta era infatti l’oro la garanzia del valore della moneta di uno Stato e nella banca centrale doveva esistere oro a sufficienza per coprire il valore della moneta in circolazione, o comunque della maggior parte di essa. Le crisi economiche avvenivano infatti quando per carestie o guerre tale riserve diminuivano sotto i livelli critici.

Non ero neppure nato, mancavano pochi mesi, quando Nixon a ferragosto del 1971 a Bretton Woods prese la decisione di sganciare il dollaro dall’oro. Da quel giorno la Banca Centrale Americana iniziò a stampare dollari indipendentemente dalle sue riserve auree, quindi di fatto, semplicemente pura carta.

Ma torniamo a noi e alla Apple che è perfettamente integrata in questo sistema e tanto di cappello ai suoi venditori che riescono a rifilare un computer o uno smartphone al doppio del valore reale ai cosiddetti ‘fan’ che passano le notti fuori dagli Apple store per essere i primi. Riescono infatti a vendere un brand, un nome, un logo, uno status, non certo una tecnologia superiore alle altre.

Il compianto Steve Job è stato infatti prima di tutto un grandissimo venditore ed in alcuni casi anche un genio a capire di essere nel posto giusto al momento giusto proponendo prodotti tecnologici che la gente ancora non sapeva di volere.
Prodotti che da lì a poco sarebbero diventati fondamentali e di cui non si sarebbe più potuto fare a meno nella nostra inarrestabile corsa consumistica.

Tutto questo ha portato ad un trilione di dollari ed il motivo per cui ne scrivo qui è che tale cifra, tale numero, è quasi pari al PIL di uno stato europeo di medie dimensioni come l’Olanda o la Polonia (elenco delle nazioni europee ordinate per PIL ).

Le cose nell’universo del Web e della finanza  però non vanno sempre benissimo, infatti poco prima del successo Apple, a fine luglio, Facebook ha perso in poche ore oltre il venti percento del suo valore in Borsa quando ha presentato agli azionisti un deludente tasso di crescita delle utenze.

Il numero di nuovi utenti mensili di Facebook è infatti cresciuto di appena 1,54% , in Europa il numero delle utenze è calato da 377 milioni a 376 milioni, negli Stati Uniti è fermo a 241 milioni.

Mi chiedo se Facebook un giorno pensi di far incrementare la popolazione di Europa e Stati Uniti pur di vedere cresce i dividendi, magari vedremo pubblicità in cui si chiede di far più figli (ed utenti in fasce già armati di tablet) in un mondo che allegramente se ne va verso il disastro annunciato ed ignorato della sovrappopolazione.

L’entrata in vigore del regolamento europeo per la protezione dei dati personali GDPR e lo scandalo Cambridge Analytica hanno probabilmente fatto il resto scoraggiando investitori consapevoli che spingendo l’azienda a migliorare i controlli sulla privacy avrebbero reso più difficile (almeno in teoria) indirizzare la pubblicità mirata verso le persone.

Detto così sembra un disastro epocale ma in realtà il social network archivia comunque il secondo trimestre 2018 con ricavi di ben 13,2 miliardi dollari, ma gli analisti, questi guru del nuovo millennio, avevano scommesso su ricavi di ben 13,4 miliardi di dollari. Dal 2015 Facebook aveva sempre centrato i target previsti.

Non so se ci si rende conto della follia dei numeri che sto citando, della loro reale dimensione, del loro valore, del loro nonsenso.

Quando basterà?  Quando sarà davvero abbastanza?  A cosa serve davvero tutto ciò?

Probabilmente non ad informare, infatti dalle ultimi indagini statistiche sembra emergere che gli italiani comincino a non fidarsi più dei social network non potendo capire se diffondono notizie false o vere, ma al tempo steso li si ritiene essenziali per la libertà di informazione.
Ne siamo di fatto succubi passando davanti allo schermo tra le tre e le cinque ore al giorno delle quali oltre la metà dedicata proprio ai social network.
Assistiamo, non certo lentamente, alla metamorfosi delle facoltà mentali, del pensiero, della memoria, della soglia di attenzione.

Cittadini privi dei più basilari strumenti di analisi e di critica tendono ad avere alla fine una visione distorta della realtà, confezionata su misura per loro sulla base delle loro aspettative dagli algoritmi che gestiscono i siti Web delle grandi multinazionali della rete.

Come infatti raccontavo alcune settimane fa rimane sempre aperta la domanda di quanto possa reggere e dove possa portare un sistema in cui singole aziende private possono raggiungere dimensioni di capitalizzazione pari al PIL di intere nazioni.

Quando Amazon (con una capitalizzazione oggi di poco inferiore a Apple) a furia di pagare tasse irrisorie in paesi compiacenti avrà finito di far fallire il piccolo commercio, quando le strade dei centri cittadini in Italia ed in molti altri paesi si saranno svuotate dei negozi e delle piccole attività collegate, probabilmente i prezzi gestiti oramai solo da immensi colossi inizieranno a crescere.

Chi vivrà vedrà, ma intanto proprio qui a Torino quasi tutte le librerie in cui mi servivo da bambino sono fallite succubi del commercio online.
E mi sorprendo triste ad immaginare Paperon de’ Paeroni nuotare in una piscina piena di carta straccia.

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Ci sono 2 commenti per questo articolo

  • …strano, un creatore di siti internet che, lavorando alle dipendenze del mondo digitale/virtuale, anziché esserne solo affascinato, esprime un punto di vista iper critico! Tra l’altro, sono tutte idee che io condivido pienamente (le stesse, infatti, che mi hanno portato a non iscrivermi mai in nessun dei social in voga, quali Facebook o Twitter).

    Ciao Conrad.

    Jacopo Giambrone

    • Ciao

      In effetti uno dei motivi per cui ho preso la decisione di scrivere questo blog è stato proprio questo.
      Essendo dentro il sistema lo posso conoscere con cognizione di causa e in qualche modo giudicare.

      I vari social network vanno eventualmente usati per quello che sono nati, senza mai perdere di vista la vita reale.