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Nevrosi da scatto perfetto e vacanze

Sarà l’ennesimo viaggio nel Sudest Asiatico e come ogni volta mi sembra di tornare a casa.
Starò via un mese in Vietnam, non molto, ma spero basti per avere un’ idea del paese e delle sue zone principali.

Mentre in una Torino semi deserta attendo il 25 di Agosto, giorno della mia partenza, sto completando i preparativi, finendo gli ultimi lavori sui siti Web dei miei clienti, le giornate si susseguono tranquille, calde, quasi oleose.

Chiuderò in qualche modo un cerchio iniziato ben 18 anni fa quando il 7 luglio del 2000 salì su un aereo per Bangkok con in mano un biglietto di sola andata e nessuna idea del ritorno.
Non avevo ancora trent’anni e volevo sapere, volevo vedere, probabilmente volevo solo conoscere me stesso.

Racconto tutto questo perché i miei viaggi in qualche modo sono sempre stati intrecciati dalla fotografia che è divenuta da semplice hobby una vera passione.

Fare delle belle foto, dedicarsi a questa arte, qualche decina di anni fa era ancora decisamente abbastanza complicato ci voleva impegno ci voleva la voglia e sopratutto si affrontavano costi non indifferenti. Se si volevano risultati decenti ci volevano macchine costose e talvolta ingombranti da portare in viaggio e bisognava pagare lo sviluppo di ogni rullino da 36 pose.

Le cose iniziarono a cambiare nei primi anni di questo nuovo millennio con l’uscita sul mercato delle prime macchine fotografiche digitali compatte, strumenti di qualità davvero mediocre ma anche di estrema ed indiscutibile comodità.

I professionisti, o comunque coloro che tenevano alla qualità dei loro scatti rimasero per diversi anni ancorati alla tradizione snobbando la rivoluzione digitale per qualche tempo ma oramai il vaso di Pandora era stato aperto e la qualità delle immagini aumento enormemente. Uscirono sul mercato finalmente le prime reflex digitali seppur a prezzi non certo per tutte le tasche.

Per l’amatore ed il professionista si entrava davvero in un nuovo universo, un mondo dei balocchi in cui tutto era possibile, diventavano realtà quotidiane cose che sino a quel momento erano state solo un sogno: scattare, studiare, analizzare la luce, le inquadrature, archiviare, riprovare, selezionare gli scatti migliori tra centinaia.

Senza la necessità uno stanzino in cui allestire una camera oscura con relativi acidi e luci rosse, ma attraverso software di un certo livello, è oggi possibile gestire la resa dei colori, l’intensità dei bianchi e dei neri, l’esposizione, le luci e le ombre, il taglio e molto altro.

Pochi anni dopo tutto questo nasceva il primo smartphone e con esso le fotocamere integrate direttamente nei telefonini e le cose cambiarono nuovamente, in fretta, probabilmente in peggio. Sembrava davvero fantascienza che un oggetto grande poco più di un pacchetto di sigarette, sottile le metà, potesse non solo permettere di telefonare e di connettersi ad Internet ma anche di entrare nel mondo della fotografia.

Alcuni fotografi sostengono da sempre che la macchina fotografica migliore è quella che si ha sempre con se, a portata di mano, in grado di cogliere la magia del fare una foto, cogliere quell’attimo irripetibile e sfuggente.

Ma il loro punto di vista è quello del fotografo professionista che sa perfettamente che una buona foto nasce per l’80% dall’occhio del fotografo e solo per il 20% dalla qualità tecnica dello strumento. L’idea di quella foto, l’originalità di quella immagine, nascono prima negli occhi e nella mente del fotografo, che solo dopo la realizza.

Avere tutti quanti perennemente in mano uno strumento in grado di fare fotografie, ha scatenato inevitabilmente un’invasione di immagini; chiunque possieda oggi un telefonino si sente in dovere di immortalare, riprodurre e condividere qualunque cosa.

Che metamorfosi!

Se poi si parla di fotografie scattate in vacanza apriti cielo, tutti a fotografare panorami, monumenti, quadri e statue nei musei, ma soprattutto se stessi. Oggi mediamente in vacanza si scattano duecento trecento foto a settimana, altro che i 36 scatti di un rotolino.

Molte verranno cancellate, tante dimenticate, quasi nessuna verrà stampata.

L’atto stesso di scattare la foto, il movimento, il mettere il mirino della reflex appoggiato al proprio occhio aveva qualcosa in se di immersivo, di contemplativo, e non si disturbava nessuno portando avanti il proprio legittimo piacere.

Oggi invece assistiamo alla isteria di folle sgomitanti che sbracciano boriose i loro smartphone davanti alla torre Eiffel, al Colosseo, alla Gioconda.

A mettere benzina sul fuoco di questa compulsione fotografica di massa, molta benzina, è ovviamente il Web ed i vari social network che in questo processo si sublimano, si condensano, ed infine si distillano la quinta essenza dell’oggi che stiamo vivendo.

I social network esigono continuamente creazione di contenuti freschi; ma scrivere costa un impegno intellettuale invece fare una foto od un selfie costa poco nulla.
I social network esigono continuamente la fruizione di contenuti freschi; ma leggere è faticoso invece guardare una foto è persino piacevole.

Il risultato è che la maggioranza dei contenuti oggi condivisi sono immagini o video, e la maggioranza di essi sono assolutamente inutili e, peggio ancora, sommergono il mondo della fotografia annegandolo in una sorta di spazzatura digitale, dequalificandolo.

Perché sostengo che sono inutili?

Un fotografo non fa una foto per se stesso ma per dire qualche cosa a qualcuno, per esprimersi, a volte riesce bene a volte meno bene ma almeno ci prova.
Un estraneo al mondo della fotografia scatta in primo luogo selfie di se stesso nel posto visitato per convincere il suo mondo virtuale di amici di esserci stato davvero, in secondo luogo scatta riproduzioni di qualche cosa che troverebbe riprodotta decisamente molto meglio su un libro.
Si passa oramai in vacanza più tempo a fare scatti social che a visitare concretamente i luoghi e si soffre anche in tutto questo, in coda, magari sotto il sole, a volte litigando e sgomitando per fare lo scatto ‘perfetto’ che ovviamente non riesce mai.

Perché dico che non riesce mai?

La causa prima è innanzitutto il sovraffollamento di monumenti, musei, attrazioni, panorami; in secondo luogo l’incapacità a gestire inquadratura luminosità ed altri fattori, diciamo tecnici, che in realtà sono le basi della fotografia. Anche se tutto andasse bene, nella migliore delle ipotesi, avremo un banale scatto come migliaia e migliaia di altri, quindi di fatto ovviamente inutile.

L’esperienza insegna, ma ci vuole tempo, pazienza, attrezzatura giusta, e sopratutto bisogna saper attendere che la foto arrivi da se, senza sbracciarsi, senza agitarsi, senza gridare ma posando l’occhio dentro il magico mondo del mirino di una reflex.

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