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Navigando a vista tra realtà virtuale e nulla

web e realtà virtuale

Nonostante il caldo torrido e nonostante una spalla mal messa dopo un incidente in bici rieccomi a voi; poco più di una settimana fa parlavo di deriva del Web e mi ritrovo oggi ad averne l’ennesima conferma.

Riflettevo sul fatto che il Web nasceva per diffondere e condividere informazioni a tutti i livelli oggi però ci troviamo al punto in cui la mole di tale informazioni è semplicemente immensa ma la maggioranza di essa  risulta di bassa qualità nonché decisamente superflua.

A quanto pare per qualcuno è quasi sacro il diritto delle persone a scrivere sul Web qualcosa, per quanto palesemente ridicolo o falso o dannoso.

Siamo decisamente arrivati al punto che il diritto di parola sovrasta anche la realtà oggettiva o storica a discapito della verità e della certezza di fatti e di informazioni.

La notizia a cui mi riferisco è il caso di Facebook e quanto ha detto il suo fondatore in merito alla libertà di opinione.

Secondo Zuckerberg infatti anche le pagine controverse hanno il diritto di rimanere online a meno che non arrechino a qualcuno dei danni diretti o che incitino direttamente a violenza o cose simili.
Il riferimento è alla questione di aver giustificato la mancata cancellazione di pagine che sostengono la tesi del negazionismo sull’Olocausto.

La portata della cosa va ben al di là di queste pagine sulla seconda guerra mondiale, è un pericolo reale per l’informazione stessa, per il senso che ha Internet e per il suo valore.

Il Web non è più una rete di PC sotto controllo dei governi nazionali e non si tratta più di una comunicazione solamente tra centri universitari e pochi utenti.

A differenza di trent’anni fa Internet è oramai di fatto sotto il controllo di cinque, sei  multinazionali private, gestite da persone che ovviamente hanno come logico interesse il profitto e non certo il bene e la prosperità dell’intelletto umano (anche se dichiarano il contrario). A questo si affianca il non trascurabile fatto che oggi 4 miliardi di persone sono connesse, Global Digital 2018 conferma che infatti che più della metà della popolazione mondiale è online.

Basta dare un occhiata al sole 24 ore per aver chiaro che queste company hanno un giro d’affari complessivo di centinaia di miliardi di euro annui, ricavi che crescono a due cifre ogni anno che passa, per non parlare della tassazione ridicola rispetto ai comuni mortali.

Ma cosa fanno questi colossi? Fondamentalmente si occupano di vendita online, software o servizi Web; ma la cosa davvero interessante è il mostruoso peso finanziario che hanno occupando una grande fetta della capitalizzazione della Borsa.

Da dove arrivano i soldi? Il fatto che tali imprese offrano servizi gratuiti è solo illusione, i dati che forniamo per usufruire di tali servizi hanno in realtà un enorme valore che non viene però percepito dall’utente medio. Il singolo indirizzo, il singolo telefono, la singola email in se non ha un valore ma centinaia di milioni di questi dati si.

In che modo trasformano i terabyte in oro? Non è certo magia nera, questi Re Mida del nuovo millennio riescono nell’alchimia grazie alla pubblicità online che alla fine è  diventata il vero motore del sistema imperante sul Web. Un aspetto che doveva essere marginale rispetto all’enorme valore della rivoluzione digitale è invece diventato il suo stesso demiurgo che crea, diffonde, rigenera e condivide.

Mi spiego meglio, un video visionato milioni di volte fa guadagnare chi lo ha messo online e poco importa l’autenticità. Più un articolo di un blog viene letto e condiviso e riletto da altri più è ritenuto valido dagli algoritmi stessi dei vari sistemi che siano quelli di Google o di Facebook.

Non importa la qualità, la veridicità, l’autorevolezza di chi scrive, importa solo che se ne parli, che venga condiviso, che diventi virale. La potenza di questo motore non è certo da poco ed il risultato è il crearsi di una realtà virtuale in cui tutti parlano di tutto sapendone poco o nulla ma citandosi addosso citazioni, dei sentito dire, il famoso cugino dell’amico che di sicuro ha visto quella cosa.

Questo virtualizzarsi della realtà oggettiva è in parte voluto, o quantomeno non è contrastato, e di certo ha portato la gente ad estraniarsi dai veri valori, dalle certezze dovute al conoscere sul serio un argomento, da cose ben più importanti.
Chi oggi detiene il potere ha la comodità innegabile, grazie al Web, di fornire alla popolazione in pochi click un bel piatto di problematiche predefinite, comode, pronte per essere cucinate all’ora di cena davanti agli schermi dei vari device che ci inseguono anche in bagno.

Se si viene bombardati continuamente da una notizia si arriva a credere che sia assolutamente vera, se tutti i conoscenti e gli amici non fanno che condividere la stessa cosa non può che essere vera al di là di ogni dubbio, proprio perché me lo ha detto il cugino dell’amico.

Mi viene in mente l’oramai famoso episodio del 2015 presso l’Università di Torino dove Umberto Eco sostenne che i social network hanno di fatto “dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.
La tesi è semplice, una volta queste persone venivano messe subito al loro posto dagli stessi frequentatori del bar, oggi grazie al Web, al marketing, a qualche commento, ai like e a qualche retweet, lo scemo del villaggio ha lo stesso diritto di parola e peso di un premio Nobel.  Sul Web importa poco davvero chi tu sia ma quello che la gente pensa che tu sia, il diritto di parola e lo scontro tra lo scemo del villaggio ed un premio Nobel è  uno contro uno.

Fino a questo punto della nostra storia nulla di nuovo, sto dicendo cose di cui discute oramai da tre quattro anni, ma se la verità di uno conta come quella dell’altro ecco che si aprono nuovi scenari. Secondo gli algoritmi del sistema Web ( tarati per vendere inserzioni online ) verrà dato un grande peso allo scemo del villaggio perché è molto probabile che sia stato più condiviso, sia stato più commentato, sia stato più influente, sia stato più letto, questi contenuti creano più engagement, come si dice nel gergo misterioso dei guru del social media marketing.
Il risultato è che le sue parole ( portatrici di pubblicità e click ) si diffonderanno decisamente molto di più di quelle sagge.

Per questo negli ultimi dieci anni si è assistito al proliferare sul Web di bufale, complottismi, sensazionalismi, egoismi, narcisismi. I social network hanno aperto un vaso di Pandora impossibile da chiudere. Più che creare comunità dedite ad un obbiettivo comune hanno esasperato la tendenza ad affermare la propria identità sopra quella degli altri o ad isolarsi dal mondo reale sprofondando nel nulla di quello virtuale.

Fanno in fretta i vari amministratori a declinare ogni responsabilità in quanto il contenuto non è generato da loro ma generato dagli utenti stessi che ne sono quindi responsabili, ma non è così semplice.

Internet non è una nazione, non potrà mai esserlo, su questo siamo tutti d’accordo, ma è pur sempre una comunità di persone.
La rete è la più grande comunità di persone esistente, 4 miliardi di utenti.

Ma chi decide cosa? Chi governa? Chi interviene?
Cinque, sei amministratori delegati di multinazionali?

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