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Seguendo i paradossi del futuro e la nostra odissea nel Web

2001 odissea nello spazio

In occasione dei 50 anni del film, è uscito sugli schermi una versione restaurata a cura di Christopher Nolan di 2001: Odissea nello Spazio uno dei diversi capolavori di Stanley Kubrick.

Vi chiederete cosa c’entra con il Blog l’argomento di cui intendo discutere, se avrete un poco di pazienza non tarderete a capirlo, posso anticipare che se avete visto quest’opera unica sarete d’accordo che è proprio la tecnologia uno dei protagonisti del film, anche se non è certo l’unico.

L’altro grande protagonista a mio avviso, è la religione, o perlomeno il credere in Dio, se esiste un piano superiore, se nei momenti cruciali dell’evoluzione qualcuno o qualcosa davvero interviene per perseguire il proprio disegno che mai comprenderemo… ma questa è un altra storia.

Come non mi stancherò mai di ripetere sono antico, ma non così tanto, era infatti il 1968 quando usciva il film nelle sale ed io non ero neppure nato.

La fantasia umana ha sempre precorso i tempi, da Jules Verne in poi rincorriamo noi stessi sulla faccia della luna, ci tuffiamo in misteriosi mondi scomparsi nel cuore della terra, passiamo accanto alle incredibili verità degli abissi degli oceani.

E mi meraviglio di sorprendermi ancora, come un bimbo, vedendo cosa pensavano 50 anni fa del futuro del nostro mondo, della realtà che viviamo oggi. Mai sazio di novelli Ulisse, di personaggi che cercano i limiti della conoscenza, uomini che vogliono vedere cosa c’è dopo la collina, dopo le colonne d’Ercole, dopo quello che è stato detto essere certo.

Ci sarebbero molte cose da dire su questo film, davvero moltissime, ma mi impongo di tagliare, altrimenti diventerebbe veramente un post infinito. Partiamo dalla considerazione forse più banale, il giudizio sul film, il pubblico è rimasto infatti diviso per mezzo secolo: per molti un capolavoro, per molti un opera lunga ed inutilmente noiosa, non esistono vie di mezzo o si adora o si detesta il film.

Si trattava del primo film di fantascienza con effetti speciali innovativi, si trattava di uno degli ultimi film di fantascienza in cui il futuro era visto come positivo, portatore di benessere, felicità e prosperità senza confini.
Una razza umana docile, ordinata, coscienziosa e destinata ovviamente ad espandersi a macchia d’olio per tutta la galassia.

Poi le cose sono cambiate, noi siamo cambiati, negli anni 70 la fantascienza ha virato verso colori più scuri, decisamente più cupi.
Dagli anni 70 e 80 nascono film come Alien, Blade Runner, Terminator: ambienti tetri, bagnati, freddi, dove tecnologia non vuol dire progresso, dove futuro non vuol dire prosperità, dove ignoto nasconde pericolo.

L’atmosfera di ottimismo post seconda guerra mondiale, e la sua onda lunga degli anni cinquanta e sessanta, finiscono.
Nuove ed inedite problematiche si delineano all’orizzonte, senza soluzioni immediate: inquinamento, fame, povertà, sovrappopolazione, malattie sconosciute, esaurimento delle risorse del pianeta.

Eravamo in qualche modo stati in grado di arrivare sulla Luna ma questo alla fine non aveva cambiato poi molto, l’idea ed il futuro di un’umanità destinata ad esplorare e colonizzare lo spazio sfumava via, finiva dopo secoli in cui la tecnologia era stata il ‘Deus ex Machina’ del mondo, dove imperi si erano imposti e scomparsi in funzione di chi possedeva la tecnologia e le armi migliori.
Ci si rendeva conto che la tecnologia non è la soluzione per tutto.

Ma siamo ancora nel 1968 e nel film si vede un futuro roseo in cui esiste il turismo spaziale, in cui le compagnie aeree come la Pan Am (fallita nel 1991) possiedono astronavi passeggeri da dove si possono fare video chiamate ai propri cari usando improbabili monitor, terminali destinati comunque a concretizzarsi un ventennio dopo.

Il grande assente si nota subito, è Internet, nessuno a quei tempi poteva immaginava il Web, i dispositivi elettronici sempre più piccoli, l’interconnessione in rete con tutto e tutti,  gli schermi piatti.
Tutto questo semplicemente non c’è nel futuro immaginato in quel momento in quel film, e sarà così anche dopo, per molti altri film e per molti anni ancora in cui la fantascienza vede grandi monitor con scritte verdi che scorrono e giganteschi calcolatori ad occupare intere stanze.

La realtà è stata ben diversa purtroppo, nel 2001 non solo non si andava verso Giove ma con gli eventi dell’undici settembre si aprivano le porte a guerre non dichiarate, asimmetriche, conflitti a bassa intensità.
In questi decenni non siamo stati certo fermi, ad aspettare, a guardare, ci siamo trascinati per il sentiero persi nei soliti meschini interessi individualistici, economici, nelle falsità degli estremismi religiosi, nei fantasmi del passato e con terrore del futuro.

Ma un eco lontana di questa pellicola dal 1968 arriva sino ad oggi, è l’intelligenza artificiale che anima il computer di bordo del Discovery in viaggio verso l’ignoto. Hal 9000 comincia davvero a ricordarci e ad assomigliare ai vari sistemi di assistenza vocale presenti sulle auto, sui telefoni ed ora persino in casa, nel nostro spazio più intimo e privato.

Questa Intelligenza Artificiale che stiamo sviluppando ci ascolta, ci capisce, ci connette, conosce tutto di noi, nasce per interpretare e prevedere i nostri bisogni ed intenzioni.
Abbiamo forse aperto un nuovo vaso di pandora? Che conseguenze avrà nel nostro immediato e prossimo futuro l’intelligenza artificiale?
Io non lo so, ma visto che la nostra stupidità ci porta a rifare e rifare ancora le stesse cose e gli stessi errori la storia finisce sempre per ripetere se stessa.

Ricordo bene una delle scene del film che più mi ha colpito, non una delle immagini del cosmo infinito, non una delle astronavi nel vuoto, ma una pozza d’acqua ed un gruppo di scimmie urlanti.
Una di questa scimmie prende un osso da terra e capisce che può usarlo come arma, si impone uccidendo l’avversario, ed è in quel preciso momento che la scimmia cessa di essere scimmia e diventa uomo. L’osso diventa in qualche secondo un astronave danzante, questione di poche decine di migliaia di anni, di secondi, la nostra genesi è compiuta.

Ci precipitiamo a creare qualcosa senza neppure sapere cosa stiamo facendo, se davvero serve, e che implicazioni avrà, e la posta in gioco è sempre più alta.

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